Il governo ha proposto un nuovo aiuto di 200 euro al mese per ogni figlio sotto i 18 anni, il cosiddetto assegno universale per la crescita dei figli. Si tratta ancora di una proposta politica, non di un diritto in vigore, ma è già inclusa come obiettivo esplicito nella Strategia di Sviluppo Sostenibile 2030 approvata dal Consiglio dei Ministri, e l’Esecutivo l’ha definita come “obiettivo strategico” nella sua lotta contro la povertà infantile e il calo delle nascite.
L’idea di base è semplice: pagare 200 euro al mese per ogni minore di 18 anni a carico di una famiglia, cioè 2.400 euro all’anno per figlio. Sarebbe una prestazione universale, simile per logica alla sanità o all’istruzione pubblica: arriverebbe al 100% delle famiglie con figli minorenni, senza limiti di reddito né requisiti contributivi, e sarebbe compatibile con altri aiuti come il reddito minimo vitale o le prestazioni previdenziali già esistenti. Una famiglia con due figli, per esempio, potrebbe ricevere 4.800 euro all’anno; con tre figli, 7.200 euro, a condizione che la misura venga approvata nei termini proposti.
Secondo i calcoli del Ministero dei Diritti Sociali e vari rapporti citati dal Governo, il costo dell’indennità sarebbe di circa 18-19 miliardi di euro all’anno, circa il 2,7% della spesa pubblica, il che richiederebbe di inserirlo nei futuri bilanci con una riforma fiscale più ridistributiva. Quindi, anche se il progetto è già abbastanza definito, la sua attuazione dipende ancora dal fatto che il governo riesca a ottenere abbastanza appoggi parlamentari e decida come finanziarlo.
Obiettivi: ridurre la povertà infantile e migliorare la natalità

Il sussidio universale per l’infanzia nasce con un duplice obiettivo. Il primo è quello di ridurre drasticamente la povertà infantile e alleggerire il costo di avere figli in un paese in cui quasi un terzo dei minori vive in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale. Secondo il governo, con un aiuto di questo tipo si potrebbe dimezzare la povertà infantile più grave e ridurre di diversi punti il tasso AROPE (rischio di povertà ed esclusione), che oggi colloca la Spagna tra i paesi peggiori dell’UE per questo indicatore.
Organizzazioni come l’Unicef e diversi studi accademici sostengono da anni che un assegno per figlio di carattere universale sia lo strumento più efficace per migliorare rapidamente il tenore di vita dei minori, perché raggiunge tutte le famiglie, semplifica le procedure e evita che rimangano escluse le famiglie vulnerabili che non soddisfano requisiti molto restrittivi in termini di reddito o contributi. Inoltre, il governo inserisce la misura in una strategia più ampia di sostegno alla genitorialità e alla conciliazione, con permessi parentali più lunghi, estensione del permesso per la nascita, rafforzamento dell’istruzione infantile da 0 a 3 anni, con l’idea che ridurre l’onere economico e di assistenza possa anche contribuire a frenare il calo della natalità.
Chi potrebbe beneficiarne e cosa resta da definire
In teoria, potrebbero beneficiarne tutte le famiglie con figli minori di 18 anni che risiedono legalmente in Spagna e sono registrate, comprese le famiglie monoparentali, ricostituite, adottive, con minori in affidamento o migranti non accompagnati che sono sotto la protezione delle autorità. La documentazione richiesta sarebbe quella usuale per questo tipo di prestazioni: libretto di famiglia o risoluzione di tutela, carta d’identità o numero di identificazione straniero (NIE) dei genitori e dei minori e certificato di iscrizione all’anagrafe, tra gli altri.
Tuttavia, va sottolineato che per ora la prestazione non è stata approvata dalla legge né pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, quindi non può ancora essere richiesta né percepita. La Strategia 2030 fissa la prestazione come obiettivo e ne delinea le linee guida, ma manca ancora tutto lo sviluppo normativo: quale ente la gestirà, come sarà richiesta (se sarà automatica o dovrà essere presentata una domanda), quando inizierà ad essere erogata e se ci sarà un’introduzione progressiva per fasce di reddito o di età.